Vuoto Quantico: Un Ritorno al Futuro

 

Il concetto di vuoto, sia se inteso come Nulla o come Tutto, si ritrova,  al centro delle più importanti questioni scientifiche e filosofiche di tutti i tempi. Rappresenta oggi il fondamento della fisica e della cosmologia moderna e la sua effettiva comprensione la chiave ultima per l’interpretazione della realtà. “La natura aborrisce il vuoto”  (natura abhorret a vacuo): questa affermazione, risalente ai filosofi greci oltre 2500 anni fa,(Aristotele) dimostra che il problema del vuoto, nelle pur diverse e spesso contraddittorie accezioni che lo hanno caratterizzato nella storia del pensiero umano, ha costituito e costituisce ancora uno degli argomenti centrali di discussione e di dibattito scientifico e filosofico.
Lungi dal potere essere considerata come una questione puramente accademica, la reale natura del vuoto fisico è oggi alla base della cosmologia moderna e costituisce la chiave per la comprensione dei fondamenti della Fisica stessa.


Il concetto di un vuoto assoluto in cui nulla esiste, oltre a indurre una sensazione di disagio, appare artificioso se non addirittura privo di senso.
Ad esempio, come farebbero due corpi materiali a rimanere separati dal vuoto assoluto? Quale significato avrebbe lo spazio? Se è vero che il nostro Universo si sta espandendo in cosa si espande lo spazio? Queste sono solo alcune delle innumerevoli domande alle quali l’idea di vuoto conduce.
Il concetto di vuoto ha subito diverse modificazioni e interpretazioni nel corso dei secoli.
Già nell’antica Grecia, l’interpretazione del concetto di vuoto divideva profondamente i pensatori: da un lato la corrente di pensiero facente capo a Parmenide, successivamente fatta propria da Aristotele, secondo la quale lo spazio vuoto tra gli oggetti materiali risultava in realtà riempito da un mezzo invisibile, dall’altro quella “atomistica” che faceva capo a Democrito e Leucippo secondo la quale la realtà ultima era costituita da particelle materiali invisibili e indivisibili (agli atomi appunto) che esistono nel vuoto assoluto e le cui diverse combinazioni davano origine alla materia.
Tale dibattito, all’epoca ancora sostanzialmente di natura metafisica, vide sostanzialmente il contrapporsi di tali posizioni antitetiche (la negazione del vuoto da un lato e la sua esistenza quale “contenitore” della materia dell’altro) per tutto il Medioevo.

Horror vacui è una locuzione latina che significa letteralmente terrore del vuoto, concetto conosciuto in psicologia come cenofobia. Nell’arte definisce l’atto di riempire completamente l’intera superficie di un’opera con dei particolari finemente dettagliati. Analogo uso conosce nella decorazione, nell’ornamentazione e nell’arredamento. Dall’Arte Bizantina all’Arte Gotica basti pensare alla Sagrada Familia di Gaudì a Barcellona, in particolare nella facciata della Natività, fu così ossessivamente piena: perché dal Gotico, oltre al verticalismo, Gaudì ha colto tutta l’esuberanza decorativa! Fino a  Jackson Pollock (1912-1956) con le sue tele ottenute schizzando il colore fino a saturarne la superficie…

L’intreccio   di   linee,  tracciate  da  Pollock   sulla   tela, rifletteva  la  caratteristica  fondamentale  del  frattale, osservò Richard Taylor,  la “autosomiglianza”: in un oggetto frattale, ogni più piccola parte è simile, ma non necessariamente identica, alle forme più grandi della stessa struttura.  Questa   autosomiglianza, a   livelli   diversi,   è   una   delle caratteristiche  fondamentali  dei frattali.I  frattali  sono forme che sono diventate efficaci  modelli  per indagini  di ogni tipo, fondamentali per lo studio  della  teoria del  caos, strumenti indispensabili per il fisico, l’economista, il medico o il sociologo. Ma ai frattali anche gli artisti, non con l’analisi del matematico ma con l’intuizione, dimostrando ancora  una volta quale profondo legame esista tra matematica, arte e natura.

Nikola Tesla nella prima metà del XX secolo aveva individuando una misteriosa sostanza nell’“etere”.  Il “caso”  ha voluto che quando questo aspetto del cosmo è emerso alla percezione di Tesla, il famoso esperimento di Michelson Morley sulla velocità della luce, relativa al presunto “vento d’etere”, e la prestigiosa teoria della relatività di Einstein finissero per monopolizzare l’attenzione generale degli studiosi dell’epoca, tutti d’accordo nel negare l’esistenza di questo “elemento”, mettendo così fuori causa questa scoperta. E la ragione è semplice. La Scienza dell’Uno è la stessa che si ripete quando in ambito religioso si tirano in campo le vecchie e insindacabili scritture.

 


I contemporanei fondano i loro studi e le loro analisi su quanto è stato già scritto sui libri di testo o sugli aspetti tecnici o sacri dei loro predecessori, temendo il giudizio collegiale dei colleghi del loro tempo.  L’obiettivo primario che si pongono è di cercarne il consenso nel quadro del paradigma dominante che per logica – non si sa bene perché – deve ispirarsi al modello di un continuum evolutivo della tradizione scientifica classica.  Il vuoto quantico di Nikola Tesla invece, rompendo con la tradizione classica e con l’orientamento generale del meanstream accademico del suo tempo, e soprattutto con gli scienziati canonici del nostro tempo, ritenne che questa sostanza, appena individuata, dovesse consistere di un’oceano di energia intelligente che denominò con l’espressione “energia radiante”.

Naturalmente, in assenza del solito modello matematico, fu  facile per i benpensanti della fisica tradizionalista confutare e giudicare altamente opinabili le affermazioni in merito ai suoi più concreti esperimenti che avevano il pregio di precedere il formalismo matematico, anticipando i risultati e le soluzioni emergenti da tutta quanta la materia scaturita dalle sue osservazioni pratiche.  Senza contare poi che tra Tesla e i suoi detrattori,  esisteva anche un profondo equivoco scientifico.  Per “etere” i fisici del tempo intendevano quel mezzo, attraverso il quale avrebbero dovuto trovarsi a vibrare le onde di un campo elettromagnetico. Ma questa concezione di etere era cosa ben diversa da quella che intendeva Tesla, per il quale l’etere non aveva nulla a che fare con il campo elettromagnetico e con le sue equazioni di Maxwell, bensì con un campo completamente diverso, formato dal “vuoto quantistico”, un vacuo, un velo impalpabile, un flusso evanescente di energie sottilissime.

In questo modo era inevitabile che nel pensiero fisico-matematico,  nel corso della storia della ricerca scientifica si abbattesse uno tzunami che spazzasse via quel binario obbligato, dettato dalla scienza ufficiale, al di fuori del quale qualunque altro percorso, dichiarato insensato, non poteva consentire vie praticabili. L’imbarazzo della scienza moderna oggi sta tutto qui.  È estremamente difficile per un fisico attuale, e ancor di più per una comunità di fisici tenuta insieme da un ferreo consenso, dover ammettere di aver sbagliato tutto e di aver costruito un edificio potente, imponente e solido sul terreno sbagliato. Ne consegue che esso finisce per essere un edificio “artefatto”, non un edificio realistico.

Fritjof Capra, disse: “La scienza attuale si preoccupa più di costruire mappe che non di fotografare il territorio”.  Ma la realtà empirica è il territorio, mentre la mappa è spesso una realtà di comodo, come troppo spesso lo sono certi dati o parametri utili per far tornare i conti delle equazioni, come architettura di base dell’attuale edificio della fisica.  Oggi la fisica si trova  ad una svolta e a fare i conti con un vuoto senza massa, ma dotato continuamente di “energia virtuale intelligente”.  La scoperta della natura di questo tipo di vuoto, se da un lato affascina le menti dei fisici più all’avanguardia, da un altro lato li preoccupa, perché essi temono che l’individuazione delle proprietà del vuoto possano far crollare completamente l’attuale edificio della fisica, non per il modo in cui esso è costruito in sé, ma per il fatto che esso potrebbe presentarsi come “un castello in aria”, completamente avulso dalla realtà più autentica del cosmo. n poche parole, ciò che avviene in natura non è ciò che è realmente, essendo la base di tutto situata in un regno; un info-regno che si trova fuori dal nostro normale dominio spazio-temporale e lontano dalle nostre normali percezioni sensoriali. Insensibilmente, quasi inevitabilmente la scienza del mondo occidentale non sembra accorgersi, forse perché volutamente preferisce ignorarlo,  ma il suo concetto di realtà sta lentamente scivolando verso il concetto di Maya, già millenni fa contemplato dalle religioni e filosofie orientali.  Lo stesso vuoto, la matrice da cui emerge la realtà della materia e dell’energia, non sarebbe altro che l’eco moderno del “Prana” annunciato millenni e millenni fa dai sacri testi dei Veda e dai Vedanta delle scritture orientali. In questo contesto, nell’ambito della realtà più autentica del cosmo e della moderna teoria di campo (scalare), moltissimi fenomeni definiti immaginari o fantasiosi, quando non addirittura impossibili a verificarsi, possono accadere: velocità superiori a quella della luce (superluminali); l’esistenza di altri universi e di altre dimensioni; fenomeni caratterizzati dalla “non località”, come già dimostrato da Bell, sperimentato da Alan Aspect e documentato dagli studi quantistici del grande fisico britannico David Bohm: tutti aspetti del reale che comportano l’esistenza di un Universo interconnesso nell’ambito di un grande “ordine implicito”, compresa la possibilità di alterare lo stesso campo gravitazionale, e perfino i fenomeni paranormali e le manifestazioni degli Ufo.
Certamente Tesla, essendo ispirato dalle concezioni e dalle letture dei testi orientali, fu uno dei primi, se non il primo, nell’ambito della cultura del mondo occidentale, a percepire l’esistenza dell’etere e delle sue proprietà.

La Teoria quantistica dei campi ci rivela che neanche un vuoto ideale, con una pressione misurata zero, è veramente vuoto. Infatti nel vuoto sono presenti fluttuazioni quanto-meccaniche che lo rendono un ribollire di coppie di particelle virtuali che nascono e si annichilano in continuazione. Tale fenomeno quantistico potrebbe essere responsabile del valore osservato della costante cosmologica.  Secondo il principio di indeterminazione di Heisenberg, energia e tempo, al pari di altre grandezze come posizione e velocità, non possono essere misurate con un’accuratezza infinita. Se lo spazio vuoto non avesse alcuna forma di energia, una particella potrebbe avere velocità ed energia entrambe nulle, con un errore pari a zero che violerebbe il principio di Heisenberg: ciò porta a concludere per l’esistenza di fluttuazioni quantistiche nello spazio vuoto, che generano una quantità minima di indeterminazione. Il vuoto è quindi pensato come un equilibrio dinamico di particelle di materia e di antimateria in continua creazione ed annichilazione.

Le particelle virtuali del vuoto quantistico, caratterizzate dal consueto binomio onda-particella della meccanica quantistica, in uno spazio infinitamente esteso hanno lunghezza d’onda qualsiasi. Al contrario in uno spazio limitato, ad esempio fra due pareti, esisteranno solo particelle con lunghezze d’onda che sono sottomultipli interi della distanza fra le pareti stesse, con un’energia inferiore di quella all’esterno. Si potrà perciò misurare una forza-pressione che tende ad avvicinare le pareti (effetto Casimir).
Le particelle sono dette virtuali perché normalmente non producono effetti fisici; in uno spazio limitato, tuttavia, vi sono delle grandezze misurabili.
Un altro motivo per l’energia del vuoto è che le pareti della camera a vuoto emettono luce in forma di radiazione del corpo nero: luce visibile se sono alla temperatura di migliaia di gradi, luce infrarossa se più fredde. Questa “zuppa” di fotoni sarà in equilibrio termodinamico con le pareti, e si può dire di conseguenza che il vuoto ha una particolare temperatura.

A tal proposito il Filosofo Cosentino Bernardino Telesio nei suoi concetti fu un precursore della scienza moderna. La sua filosofia può essere ben riscontrata nella sua opera più importante dal titolo La natura secondo i propri principi. Egli cerca di interpretare la natura secondo i principi della natura stessa, cerca cioè di eliminare ogni elemento trascendente. Parte dal presupposto che tutto è materia e che la materia è sottoposto a due forza:

1-      Il caldoche ha sede nel sole e provoca la dilatazione dei corpi
2-      Il freddo: che ha sede nella terra e provoca la contrazione dei corpi
Il divenire quindi è determinato quindi da queste due forze, ma la vita si ha solo quando queste due forze sono in equilibrio. Egli segue la concezione Ilozoistica secondo cui la natura è animata perché sottoposta all’azione delle due forze, quindi tutto è vita. Anche l’uomo viene interpretato come materia sottoposta all’azione delle due forze e dotato di una sensibilità provocata dal calore che si trova sugli strati superficiali della materia e la pervade ( perché leggero e tende verso l’alto ). Quindi anche la conoscenza si basa sulla sensazione provocata dalla contrazione che il soggetto caldo ha al contatto con un oggetto freddo. L’intelletto viene considerato un senso illanguidito che ha la capacità di trattenere le immagini derivate dalla conoscenza sensibile. Anche la morale si basa sul raggiungimento del piacere (= calore ), mentre il dolore è dato dal contatto con un oggetto freddo. L’anima è rappresentata dal calore. La religione non trova posto perchè non si può giustificare con l’azione del caldo e del freddo. L’uomo però aspira ad un bene che non può essere conosciuto coi sensi e che va oltre la ragione, superandone i confini. Il soggetto della vita religiosa non è quindi l’anima naturale ma l’anima superaddita  soprasensibile che è posta da Dio nell’uomo. Quindi pur avendo una concezione materialistica ammettendo il bisogno di qualcosa che vada al di là della ragione si contraddice. 
L’importanza di Telesio è legata all’interpretazione della natura secondo la natura perché getta le basi della scienza moderna, concezione pampsichistica = tutto è sensibililità perché il caldo pervade la materia ed è la causa della sensibilità.

 

 

In Conclusione  in questo “viaggio temporale”  Aristotele e Telesio, i  Rosacroce e Battiato,  Tesla e Bohm hanno dimostrato che esiste un filo invisibile che unisce diverse menti, un filo che percorre il tempo e lo spazio, e che è già legato alla sua meta finale, nostro unico scopo è trovarlo e districarlo dai nodi che noi stessi creiamo.

 

Giuseppe Oliva – Team Mistery Hunters

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