La Piramide di Bomarzo

Bomarzo è un paese di poco più di mille abitanti, situato a 19 km a nord-est di Viterbo. Ci troviamo nel cuore della Tuscia, un luogo dove gli dei sembrano aver lasciato il loro spirito nella pietra. Anticamente era chiamato Polimartium, cioè ‘città di Marte’; abitato fin dalla preistoria, divenne poi un importante centro etrusco e in seguito cadde sotto il dominio romano. Nel 741 d.C. fu conquistato dai Longobardi di re Liutprando e da questi donato alla Chiesa. Successivamente passò nelle mani di diverse famiglie, tra le quali la più famosa è senz’altro quella degli Orsini, che vi hanno lasciato tracce indelebili come l’attuale Palazzo Comunale e il Parco dei Mostri. Se la fama di Bomarzo è diffusa in tutto il mondo per la presenza del Giardino delle delizie o Parco dei Mostri, voluto da Vicino Orsini nel XVI secolo, quasi nessuno conosce cosa si nasconda nell’intricata selva dei suoi boschi sacri. Al loro interno, giacciono strutture artificiali che risalgono a epoche imprecisate (etrusco-romana ma forse anche anteriore) create da una civiltà che nei boschi viveva, praticava culti, moriva e vi seppelliva i suoi morti. Non si trovano ancora tracce di questi manufatti sui libri scolastici, ed è ancora lontano il momento in cui se ne parlerà diffusamente. Se da un lato questa può considerarsi una fortuna, in quanto l’isolamento li preserva dai vandalismi; dall’altro sarebbe tuttavia auspicabile una loro tutela, un censimento, ai fini di uno studio mirato e di un inquadramento cronologico, storico e antropologico. Altari e abitazioni rupestri, necropoli e massi sacralizzati,Vie Cave e la straordinaria “piramide”, emersa nella sua stupefacente bellezza dopo l’operazione di ripulitura di Salvatore Fosci, danno soltanto una parziale idea di cosa possa celarsi nel fitto di questa boscaglia. La piramide di Bomarzo fu rinvenuta nel 2002 da alcuni membri della Società Archeologica Viterbese Pro-Ferento ma in seguito ripulita e resa accessibile dal signor Salvatore Fosci, nativo di Bomarzo, appassionato e attivo socio onorario dell’Associazione Archeotuscia, che nel tempo libero e per pura passione si impegna a mantenere puliti i boschi sacri (scoprendo di frequente strutture litiche fino ad allora ignorate, perché completamente ricoperte dalla vegetazione).

A lui vanno i nostri ringraziamenti per averci guidato alla scoperta della piramide e di molte altre strutture che giacciono, per lo più in abbandono, nell’intrico della vegetazione. La cosiddetta “piramide” è una struttura immersa nel folto del bosco; il masso di peperino in cui è stata intagliata doveva essere enorme, caduto dalla rupe sovrastante che costeggia la vallata tra il paese di Bomarzo e quello di Chia,una frazione di Soriano nel Cimino(VT). La sua straordinaria architettura, unica nel suo genere, si discosta da qualsiasi altro manufatto che fino a oggi ci è capitato di vedere e documentare. Nel territorio della Tuscia viterbese esistono diversi “massi del predicatore”, ma nessuno –a quanto pare– è paragonabile a questa struttura che, per la sua forma particolare e complessa, è stata denominata “piramide”. Chi l’ha realizzata? Quando? Perché? Sono soltanto alcune delle domande che sorgono spontanee al vederla. Forse fu realizzata dagli Etruschi ed è ipotizzabile una sua funzione sacra. Ma che bisogno c’era di farla così complessa, se doveva servire semplicemente per predicare? Qualcosa ci suggerisce, fin dal primo istante, che vi si dovessero tenere cerimonie sacrificali o rituali iniziatici. Ma in quali occasioni? E fino a quando è rimasta in uso? La struttura si presenta monumentale: è formata da 26 scalini intagliati nella roccia ed alcuni sono stati “allargati” verso destra, senza che se ne capisca il motivo. Nella parte destra, i gradini non giungono a terra, poichè si è seguita la naturale conformazione del masso roccioso. Sull’alta parete destra sono chiaramente individuabili delle piccole nicchie, sulla cui funzione non si ha alcuna certezza: forse alloggiamenti per lumi, cibo rituale, offerte, potrebbero aver accolto perfino le ceneri di qualche personaggio defunto, oppure –ipotesi affascinante– essere il ricettacolo degli dei, permettendo allo “spirito” di entrare e dimorare nella pietra, forse in eterno.

I 26 gradini si interrompono in prossimità di una prima piattaforma, dov’è situato un sedile ricavato nella roccia, alla destra del quale si raccordano altri 9 gradini che conducono direttamente a una piattaforma più grande, forse l’altare, proprio sulla sommità del manufatto. Il primo dei nove scalini sembra mancare: questo farebbe pensare che ne venisse collocato uno mobile in determinate circostanze. Salvatore Fosci lo ha infatti ritrovato durante le operazioni di ripulitura. Tale scala era quindi normalmente “interdetta”, diciamo così, e resa fruibile tramite l’apposizione del gradino provvisorio, che si toglieva e metteva. E’ rilevante il fatto che dalla sommità della struttura si guardi il Nord, punto cardinale associato alle tenebre e al regno dei morti. Era forse quindi un santuario rupestre destinato a celebrare sacrifici agli dei degli inferi? Dalla sommità della piramide, guardando alla propria destra, si gode un vasto panorama e probabilmente anche il levar del sole da un punto ben preciso delle montagne, a seconda dei diversi momenti dell’anno. Si è interessato della piramide di Bomarzo anche Luciano Proietti nel libro intitolato “La ‘Piramide di Bomarzo’.Varie sono l’interpretazioni del luogo: forse nell’area si svolgevano sacrifici sacri di animali, oppure bagni rituali di iniziazione. E’anche teorizzabile che qui potessero riunirsi, in date o eventi speciali, officianti deputati ad altri santuari minori sparsi nel territorio, o vi si compissero divinazioni di importanza particolare. Si dice che gli Etruschi detenessero una dottrina indicata con l’espressione “etrusca disciplina”, i cui depositari erano i sacerdoti che avrebbero custodito una tradizione segreta costituita da una scienza misteriosa in grado di decifrare i messaggi della natura, di predire il futuro e compiere la volontà degli dei. Molto preparati in campo medico e farmaceutico, gli Etruschi detenevano un ‘Sapere’che li avrebbe collocati al di sopra di tutti gli altri popoli del tempo. Ma da dove lo avevano attinto? A pochi passi, vi è una grotta naturale, che poteva servire come riparo o abitazione.

Forse di chi doveva anticamente “vigilare” sulla piramide stessa? Interessante far notare che nella parte esterna del blocco in cui fu intagliata la struttura, si trova incisa una croce cristiana, di tipo greco. Non è certo la prima che si incontra ma a quando risale? Chi la appose e perchè? Per riconsacrare in senso cristiano un luogo ‘pagano’, potrebbe essere questa la spiegazione più semplice, ma mancano dati tangibili.

Durante un secondo sopralluogo nel gennaio 2011 abbiamo constatato la presenza di altre persone, segno che della “piramide etrusca” si comincia a diffondere la voce anche oltre i confini viterbesi. Molti vogliono visitare questa “ottava meraviglia”, come qualcuno già la chiama. In inverno, il muschio ne ricopre i gradini e le superfici piane; le foglie cadute dagli alberi circostanti tappezzano il suolo, e l’atmosfera è carica di magica pace. Salvatore Fosci ci mostra qualcosa che, in precedenza, non avevamo visto: una croce potenziata scolpita su una roccia dietro alla piramide, in una zona impervia, difficile da individuare e chissà mai come e perché è stata incisa proprio lì. Come abbiamo già detto, anche sulla parete esterna della piramide stessa è presente una croce. Le due si differenziano nello stile, ma entrambe hanno la caratteristica di essere state profondamente scolpite. Il Fosci ci svela anche un ulteriore dettaglio che aggiunge mistero al mistero: gli scalini che giungono a terra, proseguono. Durante il lavoro di ripulitura, la sua pala ha sentito “qualcosa” e forse si tratta di una continuazione della gradinata. Dove andrà a finire? E cosa potrebbe svelare? Soltanto nuove ricerche potranno consentire di rispondere.

Marisa Uberti
Gruppo Archeologico Ambrosiano

Tratto da : Nuova Archeologia – Periodico dei Gruppi Archeologici d’Italia – Anno VIII – Numero IV – Luglio – Agosto 2012

Post by Aurelio Gioia

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